Archivio produzioni
Memorie di un pazzo di Giovanni Mongiano
Memorie di un pazzo di Giovanni Mongiano
1993 Un celebre attore svanisce improvvisamente nel nulla dopo la 274esima e ultima replica de “Le memorie di un pazzo” di Nikolaj Vasil’evic’ Gogol’. Perché? Che fine avrà fatto? Quali inconfessabili segreti si nascondono dietro la misteriosa scomparsa? I giornali e le televisioni non trascurano nessuna ipotesi, anche la più macabra. Invidie? Gelosie? Non si sa. Un thriller? Non si sa. Ah, Tangentopoli? Improbabile…
2018 Come passa il tempo… Qualcuno è da tempo sulle tracce dell’attore. Si chiama Novak. Chi è? Un investigatore privato? Un giornalista? No. Perché lo cerca? Nessuno lo sa. E allora chi è? Solo Masha Levenkova lo sa: è una ragazza russa, fa la badante per la cooperativa “Gli angeli del focolare”. Lo sapete il russo? Intanto non parla. Ma se siete carini con lei, nel suo stentato italiano, vi dirà che Novak ha bisogno di soccorso, aiuto, protezione, sostegno. E il celebre attore glielo potrà dare? Sembra di si. Lo otterrà? Che ne so io del destino degli uomini. Potrei dirvi di più a proposito dei ravanelli. Parola di Samuel Beckett.
Io so solo che si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano. Qualcuno di più. È un thriller? Non si sa. È un gioco? Sì. Come la vita? La vita, sì, è un gioco dal repertorio deludente. Il teatro, invece, no.
Memorie di un pazzo di Nikolaj Vasil’evic’ Gogol'
L’insignificante consigliere titolare Aksentij Ivanovič Popriščin, le cui mansioni si riducono a temperare le penne per sua Eccellenza il Direttore, è segretamente innamorato della di Lui figlia Sophie. Chiuso nella sua opprimente stanzetta a guardare dalla finestra, vessato dalla serva Mavra, in preda a fantasticherie sempre più stravaganti, ha una sconcertante allucinazione: crede che le Màgge, la cagnolina della signorina Sophie non solo parli, ma scriva pure delle lettere a una sua amichetta di nome Pallina. Impadronitosi con un atto di forza delle lettere di Màgge, Popriščin scopre da esse che Sophie è innamorata del gentiluomo da camera Teplov, e ha per lui una pessima opinione: infatti lo descrive come “scarabocchio e tartaruga nel suo guscio”. Disperato, insulta la cagnolina: “Tu menti cagnetta bastarda!”
Appresa la notizia che il trono di Spagna è vacante, si autoproclama nuovo re di Spagna. Si cuce il costume da re con un copridivano. Firma i documenti come Ferdinand Ottavo. Ormai completamente pazzo viene portato al manicomio, che a lui appare come una Corte spagnola dalle strane consuetudini, quali quella di rasarsi la testa, gettargli acqua gelata addosso e soprattutto dargli un sacco di botte.
Galleria
Servo di scena (The Dresser) di Ronald Harwood
Con (in ordine di apparizione):
- Mr Thornton Valerio Rollone
- Norman Luca Brancato
- Milady Paola Vigna
- Irene Annalisa Canetto
- Madge Anna Antonia Mastino
- Sir Ronald Giovanni Mongiano
- Mr Oxenby Marco Panno
- Regia Giovanni Mongiano, Livio Ghisio
Ambientato in un teatro di provincia nell’Inghilterra del 1942, stremata dai bombardamenti, racconta la storia di una compagnia di giro shakespeariana, diretta dal dispotico e ormai vecchio Sir Ronald alle prese con la 227esima replica di Re Lear. Accudito dal fedele servo di scena Ronald, che subisce quasi senza ribellarsi le bizze e le angherie del suo amato capocomico, Sir Ronald è appena fuggito dall’ospedale, perché dice “c’è il mio nome sul manifesto” e non vuole mancare la recita serale mentre fuori infuriano gli attacchi aerei e le bombe.
Ruotano intorno ai due protagonisti una serie di solitudini emblematiche: Milady, la moglie di Sir Ronald, rassegnata e piena di rimpianti per non aver accettato le offerte cinematografiche di Hollywood; Madge, la direttrice di scena, segretamente innamorata di Sir Ronald ma disillusa e pur incapace di staccarsi da lui; Thornton, vecchio attore mite e sentimentale; Irene, giovanissima attrice, convinta di avere davanti una brillante carriera. Sarà Norman a disilluderla: il suo padrone cerca solo un’attrice leggera per la parte di Cordelia. Ci attende un finale amaro e poetico, con un colpo di scena improvviso e forse inaspettato, a suggellare due atti pieni di divertimento, comicità, ironia e tanto amore per il lavoro dell’attore.
Zorro (un eremita sul marciapiede) di Margaret Mazzantini
- Interpretazione e regia: Luca Brancato
- Coreografie: Tiziana Favero
- Marionetta: Czechmarionettes, Praga
Il testo, edito nel 2004, è un monologo teatrale scritto da Margaret Mazzantini per il marito Sergio Castellitto. Protagonista è un senzatetto, il quale osserva il mondo che lo circonda e racconta la propria vita, attraverso una vasta gamma di sentimenti: rabbia, ironia, nostalgia, speranza. Dall’infanzia e dall’incontro con il suo amato cane, al suo primo (e forse unico) amore, fino al rapporto con il prossimo, l’odiato-amato “cormorano” come ama ribattezzarlo. Attraverso Zorro, Margaret Mazzantini dà voce agli esiliati, a coloro che — invisibili e dimenticati — vivono in mezzo a noi.
“Ma io mi chiedo, ma che cosa sono tutti ‘sti negozi, ‘sti bisogni? Obblighi! Fregature!” “Zorro è uno dei tanti eremiti che popolano i marciapiedi delle nostre città. Uno che ha perso tutto e ora non ha altra occupazione che sopravvivere cercando sé stesso. Un solitario che dalla strada, però, volente o nolente, ha imparato quali sono le vere esigenze e le priorità della vita. Un uomo libero dai finti bisogni della vita quotidiana. Un uomo cui la strada ha regalato il suo bene più prezioso: il tempo. Tempo di danzare, cantare, declamare poesie e recitare versi. Tempo di scrutare sciami di cicale frenetiche con in mano i loro indispensabili i-phone/i-pod/i-pad/e-book/i-etc. annaspare spaurite e infelici per le vie della sua città, inghiottite dagli obblighi della vita regolare. Tempo di deridere l’assurdità del vivere moderno. Tempo di rimpiangere, in fondo, i giorni in cui anche lui era uno di loro. Una critica, lieve e pungente al tempo stesso, dello stile di vita dell’uomo del nuovo millennio”.
Donna, come ti chiami?
- Da: Brecht, Politkovskaja, Szymborska, Wesker
- Con: Marinella Debernardi e Luca Brancato
- Regia e drammaturgia: Giovanni Mongiano
Donne discriminate, emarginate, umiliate, stuprate, ammazzate. Donne che non si arrendono. Uno spettacolo ispirato e cadenzato da alcune straordinarie poesie di Wislawa Szymborska, nel quale incontriamo profondi ed elevati momenti di teatro civile. Al centro, “La moglie ebrea” di Bertolt Brecht, nona stazione di “Terrore e miseria del terzo Reich”; passiamo poi alle donne contemporanee di Arnold Wesker, riunite in un unico personaggio, in un atto unico intitolato “Due lettere”, fino a rendere omaggio al sacrificio di Anna Politkovskaja, usando le parole dei suoi reportage e gli interrogatori dei suoi aguzzini.
Immagini suggestive scorrono insistenti su uno schermo e fanno da controcanto alle azioni e alle vicende sceniche rappresentate da Marinella Debernardi, immersa in una scenografia composta da tronchi evocativi posati su un tappeto di foglie.
La morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj
- Con: Luca Brancato e Anna Mastino
- Regia e drammaturgia: Giovanni Mongiano
- Scenografia: Ronaldo Farolfi
Un attore, in tournée, nel suo camerino si prepara per la replica serale. Mentre fa qualche esercizio di riscaldamento, la serva di scena se ne sta in un angolo con un libro tra le mani. L’attore, incuriosito, fa leggere la ragazza ad alta voce. Comincia un gioco, il camerino si anima, l’attore indossa un frac e va a far visita alla vedova. I due si divertono. Siamo finiti in una commedia di Gogol? Ora l’attore sembra appassionarsi alla storia del povero Ivan Il’ic, e sembra dimenticarsi degli spettatori che lo aspettano là fuori. A poco a poco il camerino prende un’altra forma. Che succede? Perché l’attore adesso sta male? O è Ivan Il’ic? Il camerino non c’è più: di fronte ai nostri occhi c’è Ivan Il’ic, o semplicemente un uomo come tanti. E Niusha allora chi è? Ecco, è la fine. Anche l’interfono si è commosso, ma gracchia l’ineluttabile “Chi è di scena!”. Una dolce e terribile riflessione sulla morte, dentro un lieve gioco di teatro nel teatro.
Medeamaterial di Heiner Müller
- Con: Annalisa Canetto, Marinella Debernardi, Luca Brancato
- Regia: Luca Brancato
L’opera si divide in tre parti: “Riva abbandonata”, che risale ai primi anni ‘50, è una descrizione del paesaggio di morte e distruzione lasciato nella Colchide dal passaggio degli argonauti, che l’autore rivede con lungimiranza nella desolazione e nel consumismo che andava in quegli anni esplodendo. “Materiale per Medea”, scritto alla fine degli anni ‘60, è il cuore dell’opera, nel quale si snoda la tragedia di Medea; infine “Paesaggio con argonauti”, composto nel 1983, è l’epilogo affidato a Giasone e incentrato sul tema della guerra e sulla follia della conquista: l’io narrante diventa io collettivo e la guerra di Colchide diviene ogni guerra combattuta inutilmente dalle origini dell’umanità fino ai giorni nostri.
Le muse orfane di Michel Marc Bouchard
- Regia: Giovanni Mongiano
Tre sorelle e un fratello, dopo molti anni, si ritrovano la vigilia di Pasqua nella casa dell’infanzia, in uno sperduto villaggio del Québec meridionale. Aleggia su di loro la figura ingombrante della madre, che abbandonò marito e figli quindici anni prima. La ferita di questo crudele distacco non si è mai rimarginata e gli interrogativi continuano a rincorrersi.
Sabato Santo sembra giunto il momento della resa dei conti. Ma domani è Pasqua, “il giorno della resurrezione”. Sarà la candida Isabelle ad annunciare l’improvviso ritorno della mamma. In un crescendo di colpi di scena, tra travestimenti e macabri scherzi, commedia e dramma si rincorrono fino all’imprevedibile epilogo. Michel Marc Bouchard è uno degli autori canadesi contemporanei più rappresentativi, figura di spicco del cosiddetto “Teatro del Québec”.
L’amante di H. Pinter
- Regia e interpretazione: Luca Brancato e Marinella Debernardi
- Luci: Alessandro Tinelli
- Scenografie: Alberto Debernardi
- Costumi: Carla Ariotto
- Fotografie: Marcello Libra
“L’amante”, atto unico del Premio Nobel per la letteratura 2005, Harold Pinter. Il testo, scritto nel 1962, è uno tra i più significativi del drammaturgo inglese e indaga la difficile convivenza tra due coniugi, Sarah e Richard, e gli stratagemmi messi in atto per ravvivare un rapporto oppresso dalle convenzioni matrimoniali. Partendo dal particolare, Pinter allarga lo sguardo sull’incomunicabilità della coppia borghese e sulle sue ipocrisie.
“Egregio signore, le scrivo per lamentare il mio più assoluto dissenso in merito al protrarsi di una situazione sgradevole e difficilmente tollerabile quale è la sua frequentazione poco ortodossa con mia moglie. Non posso fare a meno di sottolineare come da ormai troppi anni Lei frequenta liberamente e senza alcuna remora casa mia, in mia assenza, approfittando della disponibilità della mia signora. È mia intenzione evitare che la faccenda degeneri, come è bene non avvenga tra persone civili. Pertanto La invito a voler cortesemente porre fine a tale disdicevole situazione, interrompendo le sue visite in casa mia a partire dal dodici del mese corrente. Sono certo che comprenderà le ragioni profonde della mia richiesta. Le porgo i miei più cordiali saluti. Richard.”
“Max! Tutto sta cambiando e io non posso sopportarlo. C’era un equilibrio così perfetto. Lui continua a farmi domande che non ha nessun diritto di fare. Vuole che io impazzisca chiusa in questa casa, isolata dal mondo. Non posso vivere senza sentire il tuo calore e la tua dolcezza. Non cedere alle sue minacce. Ti prego. Non devi, non devi… Tua, Sarah.”
La sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj
- Progetto drammaturgico e interpretazione e regia: Giovanni Mongiano
“La sonata a Kreutzer”, romanzo breve di Lev Tolstoj, affronta in modo impietoso i temi dell’amore, del matrimonio e del sesso, con il dichiarato proposito di dissacrare e demolire i miti della santità della famiglia e della felicità coniugale. La crudele sincerità e la veemenza di Tolstoj nel mettere a nudo le ambiguità, gli egoismi e le ridicole convenzioni su cui si regge l’istituzione matrimonio, sfociano in verdetti disperati di condanna dei rapporti di coppia, lasciando trasparire inquietudini e disillusioni legate alla vita privata dell’autore.
Secondo la testimonianza della moglie di Tolstoj, Sofja Andreevna, il soggetto della Sonata fu in parte suggerito a Tolstoj dall’attore V.N. Andreev-Burlak che durante una visita allo scrittore nella primavera del 1887 raccontò, in modo teatrale, che in treno un signore gli aveva descritto l’infedeltà della moglie e l’infelicità della sua vita coniugale. Qualcuno ha insinuato che la Sonata tragga ispirazione da un fatto reale vissuto in casa Tolstoj: l’innamoramento quasi disperato che, in un momento particolarmente complicato della sua vita coniugale, la stessa Sofja Andreevna provò per il musicista Sergej Ivanovic Taneev.
Al di là delle urgenze e delle occasioni immediate, “La sonata a Kreutzer” nasce da sollecitazioni interiori profonde, in un periodo particolarmente inquieto e nevrotico della vita di Tolstoj: le riflessioni sull’amore e sul matrimonio, condotte a conclusioni provocatorie e quasi nichiliste, suscitarono roventi polemiche nella Russia di fine ‘800. Nell’oscurità di un treno in corsa, un uomo sente la necessità di raccontare “quell’episodio critico… di aver ucciso sua moglie”. Dalla sua follia e dai suoi incubi emergono verità scomode e imbarazzanti da ascoltare.
La musica, in questo tumulto di sensi e sentimenti, appare dannosa e pericolosa: “Sotto l’influsso della musica mi pare di sentire ciò che in realtà non sento, di capire ciò che non capisco; la musica mi trasporta d’un colpo nello stato d’animo di colui che l’ha scritta, mi fondo spiritualmente con lui e provo le sue stesse emozioni, ma non so perché”.