Donna, come ti chiami?

da BRECHT, POLITKOVSKAJA, SZYMBORSKA, WESKER

con
Marinella Debernardi
e Luca Brancato
regia e drammaturgia
Giovanni Mongiano

Donne. Donne discriminate, emarginate. Donne che combattono. Donne umiliate, stuprate, ammazzate. Donne che non si arrendono. Donne forti, coraggiose, intelligenti, orgogliose. Donne che rialzano la testa, sempre. Donne non rieducabili, donne abbandonate al proprio destino, donne oltraggiate per la loro diversità, che si rifiutano di soccombere alla follia di una società che s’inventa gli espedienti più subdoli per perseguitarle, ignorarle, ghettizzarle.
Uno spettacolo ispirato e cadenzato da alcune straordinarie poesie di Wislawa Szymborska, nel quale incontriamo profondi ed elevati momenti di teatro civile. A fare da fulcro “La moglie ebrea” di Bertolt Brecht, nona stazione di “Terrore e miseria del terzo Reich”, amara riflessione sulla decomposizione degli affetti più cari a causa di motivi razziali, passando attraverso le donne contemporanee di Arnold Wesker, qui riunite in un solo personaggio, emblematico e rivelatore, ricostruito drammaturgicamente in un atto unico intitolato “Due lettere”, per infine rendere omaggio al sacrificio di una donna eroica, Anna Politkovskaja, usando le parole dei suoi reportage e gli interrogatori dei suoi aguzzini, fino al terribile e non inatteso epilogo.
Immagini suggestive scorrono insistenti su di uno schermo e fanno da controcanto alle azioni e alle vicende sceniche rappresentate dalla protagonista Marinella Debernardi che interpreta i vari ruoli immersa in una surreale scenografia composta da evocativi tronchi posati su un tappeto di foglie.

Medeamaterial

di Heiner Müller 
con Annalisa Canetto, Marinella Debernardi, Luca Brancato.
Regia di Luca Brancato.

L’opera si divide in tre parti: “Riva abbandonata”, che risale ai primi anni ’50, è una descrizione, criptica e frammentaria, del paesaggio di morte e distruzione lasciato nella Colchide dal passaggio degli argonauti, che l’autore rivede con lungimiranza nella desolazione e nel consumismo che andava in quegli anni esplodendo; “Materiale per Medea”, il cuore dell’opera, scritta da Muller alla fine degli anni ’60, nella quale si snoda la tragedia di Medea; infine “Paesaggio con argonauti”, epilogo affidato a Giasone e composto nel 1983, incentrato sul tema della guerra e sulla follia della conquista: l’io narrante diventa Io collettivo e la guerra di Colchide diviene ogni guerra combattuta inutilmente dalle origini dell’umanità fino ai giorni nostri.

L’amante

Locandina spettacolo "L'amante"
La locandina dello spettacolo “L’amante”, atto unico del Premio Nobel per la letteratura 2005, Harold Pinter. Regia e interpretazione di Luca Brancato e Marinella Debernardi, luci di Alessandro Tinelli, scenografie di Alberto Debernardi, costumi di Carla Ariotto e fotografie di Marcello Libra.

Regia e interpretazione di Luca Brancato e Marinella Debernardi

luci di Alessandro Tinelli, scenografie di Alberto Debernardi, costumi di Carla Ariotto e fotografie di Marcello Libra

“L’amante”, atto unico del Premio Nobel per la letteratura 2005, Harold Pinter. 
Regia e interpretazione di Luca Brancato e Marinella Debernardi, luci di Alessandro Tinelli, scenografie di Alberto Debernardi, costumi di Carla Ariotto e fotografie di Marcello Libra.
Il testo, scritto nel 1962, è uno tra i più significativi del drammaturgo inglese e indaga la difficile convivenza tra due coniugi, Sarah e Richard, e gli stratagemmi messi in atto per ravvivare un rapporto oppresso dalle convenzioni matrimoniali. Partendo dal particolare, Pinter allarga lo sguardo sull’incomunicabilità della coppia borghese e sulle sue ipocrisie.

Egregio signore,
Le scrivo per lamentare il mio più assoluto dissenso in merito al protrarsi di una situazione sgradevole e difficilmente tollerabile quale è la sua frequentazione poco ortodossa con mia moglie. Non posso fare a meno di sottolineare come da ormai troppi anni Lei frequenta liberamente e senza alcuna remora casa mia, in mia assenza, approfittando della disponibilità della mia signora. E’ mia intenzione evitare che la faccenda degeneri, come è bene non avvenga tra persone civili.
Pertanto La invito a voler cortesemente porre fine a tale disdicevole situazione, interrompendo le sue visite in casa mia a partire dal dodici del mese corrente.
Sono certo che comprenderà le ragioni profonde della mia richiesta.
Le porgo i miei più cordiali saluti.
Richard

Max!
Tutto sta cambiando e io non posso sopportarlo. C’era un equilibrio così perfetto. Lui continua a farmi domande che non ha nessun diritto di fare.
Vuole che io impazzisca chiusa in questa casa, isolata dal mondo. Non posso vivere senza sentire il tuo calore e la tua dolcezza.
Non cedere alle sue minacce. Ti prego. Non devi, non devi…
Tua
Sarah.

La sonata a Kreutzer

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Progetto drammaturgico e interpretazione e regia Giovanni Mongiano

La sonata a Kreutzer”, romanzo breve di Lev Tolstoj, lungi dall essere semplicemente tragedia della gelosia, affronta in modo impietoso i temi dell’amore, del matrimonio, del sesso, con il dichiarato proposito di dissacrare e demolire i miti consacrati della santità della famiglia e della felicita’ coniugale. La crudele sincerità’ e la veemenza di Tolstoj nel
mettere a nudo le ambiguità’, gli egoismi e le ridicole convenzioni su cui si regge l’istituzione matrimonio, sfociano in verdetti disperati di. condanna dei rapporti di coppia, lasciando trasparire inquietudini e disillusioni legate alla vita privata dell’autore.

Secondo la testimonianza della moglie di Tolstoj, Sofja Andreevna, il soggetto della Sonata fu in parte suggerito a Tolstoj dall’attore V.N. Andreev – Burlak che durante una visita allo scrittore nella primavera del 1887, racconto ‘ in modo teatrale che, in treno, un signore gli aveva descritto l’infedeltà’ della moglie e l’infelicità della sua vita coniugale.
Qualcuno ha invece insinuato che la Sonata tragga ispirazione da un fatto reale vissuto in casa Tolstoj: l’innamoramento quasi disperato e disperante che, in un momento particolarmente complicato della sua non facile vita coniugale, la stessa Sofja Andreevna provo’ per il musicista Sergej Ivanovic Taneev, che indifferente com’era alle donne, non poteva rispondere a quell’inci inazione esaltata.

Al di la’ delle urgenze e delle occasioni immediate, “La Sonata a Kreutzer” nasce da sollecitazioni interiori profonde, esistenziali, in un periodo particolarmente inquieto e nevrotico della vita di Tolstoj: ma se e’ vero che le riflessioni sull’amore e sul matrimonio affiorano palesemente in tutta l’opera – e tanto piu’ nei “diari” – ne “La sonata a Kreutzer” sono condotte a paradossali, provocatorie e quasi nichiliste conclusioni, tanto da
suscitare roventi polemiche nelle Russia di fine ‘800. Tra recensioni entusiastiche e condanne altrettanto spietate da chi lo considerava quasi un pamphlet medioevale. E mentre il romanzo cominciava a circolare prima clandestinamente in copie litografate, perche’ l’inflessibile censura russa ne proibiva la stampa, e poi, con la benedizione dello zar Alessandro III, solo all’interno del tredicesimo volume delle opere complete (tre edizioni esaurite in pochissimo tempo), Tolstoj seraficamente confidava intanto a Gor’kij che al di la’ di terremoti, epidemie e malattie, in tutti i tempi, la tragedia piu ‘ dolorosa sarà sempre la tragedia della camera da letto.

Nell’oscurita’ di un treno in corsa attraverso la campagna russa, un uomo sente la necessita’ di raccontare “quell’episodio critico… di aver ucciso sua moglie” . Quale urgenza lo spinge a ripercorrere la sua tormentata esistenza in modo tanto appassionato? Che cosa nasconde dentro di se’ quest’uomo inquieto, che ci appare ora pacato e ironico, ora cinico e aggressivo, ora furioso ma terribilmente lucido? Dalla sua follia e dai suoi incubi sembrano emergere verità’ sacrosante, ma fastidiose e imbarazzanti da ascoltare.

E in tutto questo tumulto di sensi e sentimenti, quale ruolo ricopre la musica? Come l’arte in genere, la musica e’ dannosa, pericolosa, corrompe, contagia. Beethoven, e così Chopin, e così Schubert, e così Mozart, sono dei gran ruffiani: la loro musica non eleva lo spirito, lo eccita, ci costringe a dimenticare noi stessi: “… Sotto l’influsso della musica mi pare di sentire ciò che in realta’ non sento, di capire ciò che non capisco; la musica mi trasporta d’un colpo nello stato d’animo di colui che l’ha scritta, mi fondo spiritualmente con lui e provo le sue stesse emozioni, ma non so perche’. Beethoven quando scrisse “La sonata a Kreutzer” lo sapeva bene perche’ si trovava in quello stato d’animo, quello stato d’animo per lui aveva un senso, per me non ne ha nessuno…”
E alle volte la musica sembra trasmettere accenti quasi criminosi …

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